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L’estate se ne andava
L’estate se ne andava
e quasi non ce ne accorgevamo.
All’alba, sul fiume,
la nebbia entrava nei canneti
e restava bassa sull’acqua.
C’era già qualcosa di diverso nell’aria,
un fresco leggero sulle braccia,
come quando qualcuno sta per partire
e non ha ancora trovato il modo di dirtelo.
Sulla rugiada rimanevano
le nostre impronte.
La sera facevamo tardi
per niente,
solo perché tornare a casa
sembrava uno spreco.
Avevamo ancora agosto nelle mani.
L’odore dell’erba tagliata,
la polvere chiara dei sentieri,
le cicale fino al buio,
una finestra accesa in lontananza.
E certe risate
di cui oggi non ricordo più il motivo.
Sul piccolo stagno due cigni
seguivano i loro piccoli.
Uno apriva le ali,
le richiudeva,
poi ci provava ancora.
Restai a guardarlo a lungo.
Intanto il vento
spingeva le nuvole oltre gli alberi
e nei campi, dopo il raccolto,
qualcosa aveva già
il colore dell’autunno.
L’estate se ne andava, se ne andava.
Non ci furono addii.
Soltanto una sera
sentimmo freddo
e chiudemmo la finestra
prima del solito.
Fu allora, forse,
che qualcosa era già finito
mentre ancora lo stavamo vivendo.
Gli anni avrebbero fatto il resto:
portato via qualche volto,
confuso luoghi e parole,
cancellato persino il giorno preciso
in cui tutto questo accadde.
Ma certe cose non obbediscono al tempo.
Ieri, passando accanto a un campo,
ho sentito odore di fieno.
Mi sono fermato.
Da qualche parte,
dove non potevo vederle,
cantavano ancora
le cicale.
© Johann Lubeck